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Tropea e Capo Vaticano

Pubblicato in Cultura

     Strabone, Plinio, Giovio e Coroplata sostengono che sia stato Eracle a fondare Tropea, dandole il nome di Portercole. Secondo Luigi Grimaldi, Tropea deriverebbe dal greco τροπέα cioè “nutrice”, appellativo dato a Hera, alla quale sarebbe stata dedicata la città fondata da Eracle per onorare la sua nutrice. Fra l’ VIII e il VI secolo a. C. i Greci penetrarono nella regione e per la Calabria iniziò un periodo di splendida civiltà. Lo Scrugli verifica che nel posto in cui sorgeva Portercole si trova il luogo chiamato Formicole.             

                                     (M. Paladini, Notizie storiche sulla città di Tropea)

     Tra il Golfo di Santa Eufemia e quello di Gioia Tauro, nel cuore del Mediterraneo, sull’ultimo lembo del promontorio del Poro, adagiata su una rupe rocciosa a picco sul mare Tirreno, sorge la città di Tropea.

     Sulla fondazione di Tropea circolano varie ipotesi e versioni delle origini. Tropea in greco può significare “nutrice” e dunque, secondo questo filone mitico, la città sarebbe stata fondata da Eracle in onore di Hera, moglie di Zeus e protettrice delle spose, signora e regina dell’Olimpo che fu, involontariamente, sua nutrice. Ritroveremo Hera a Capo Colonna, sulla costa orientale della Calabria, in uno dei santuari più importanti della Magna Grecia: il Santuario di Hera Lacinia 
     Immaginate il neonato Eracle che giace sui seni della dea addormentata. Succhia placido e contento finché Hera si desta dal sonno e, resasi conto di allattare l’odiato bambino nato dall’amore di Zeus per una mortale, infuriata lo scaraventa lontano. Il latte che cola dal suo seno dà origine alla Via Lattea.    
     Il porto di Eracle c’è ancora. Si chiama ancora Forum Herculis (Formicoli) e si trova nel paese che oggi prende il nome di Santa Domenica, pochi chilometri a sud dagli attuali confini amministrativi di Tropea, sulla strada verso Capo Vaticano.   

Formicoli.

Quel tratto di costa è incantevole.

Il mare cinge dolcemente la spiaggia morbida e bianca

infranta sulle rocce frastagliate

e poi riappare più in là

a formare un'altra baia

racchiusa

come uno scrigno, fra le rocce.

 

     Proseguendo a sud da Tropea arriviamo a Capo Vaticano e, di là, a Santa Maria. Spiagge di sabbia bianca e sassolini argentati, baie turchesi e insenature a picco sul mare si succedono su quel tratto di costa frastagliata. A ogni passo, una sorpresa. Le pittare[1] tinteggiano di verde il paesaggio qua e là. Scogli, scogliere e nuda roccia. Il Faro, di notte, guida i naviganti.

     Le bellezze di Capo Vaticano sono ampiamente descritte dagli operatori turistici di tutto il mondo. Io vi parlerò di tre luoghi da visitare, possibilmente non in Agosto: Il Tono, La Baia del Granchio e la Statua del Giudice.

     Il Tono è una località e una spiaggia di sabbia bianca, ma è anche la “Masseria del Tono” fatta di legno, canne e foglie di palma dove, anche nei giorni più caldi, c’è sempre il ventarello[2]. Il Tono è anche una capanna sulla spiaggia che i ragazzi costruiscono ogni anno. Continuate a passeggiare in riva al mare e arriverete alle scogliere, dove la spiaggia, apparentemente, finisce. Arrampicatevi o nuotategli intorno fino a scoprire la prossima baia. Capo Vaticano è una composizione di baie, insenature, grotte, scogliere a picco sul mare che si alternano a spiagge di sabbia bianca e un mare azzurrissimo che lambisce le curve terrestri, morbide e accoglienti per i naviganti.  

     La Baia del Granchio è una insenatura naturale che ricorda la forma di un granchio. Potete accedervi via mare oppure via terra, da una polverosa strada scoscesa che vi porta sempre più giù fino al “Porticello”, sorto sulle tracce di un antico mulino ad acqua. Entrate e chiedete di visitare la baia. Anche se non siete ospiti, non ve lo negheranno. Ora potete svestirvi e tuffarvi, o sedere su uno scoglio a contemplare ….

     Quando scoprii questo luogo la sorpresa fu grande. Come aprire un piccolo scrigno e trovarci dentro un tesoro. Da allora, tornai molte volte alla baia “segreta”. Un giorno di Maggio, per caso, la trovai galleggiante di melma e altri rifiuti. Ma questa è un’altra storia o, forse, è la stessa. La Calabria è terra di contraddizioni. 

     Proseguendo ancora, da Capo Vaticano si giunge a Santa Maria, al nostro terzo luogo: la Statua del Giudice.

 

Statua del giudice, Santa Maria di Ricadi

Sdraiata all’ombra di una statua decapitata.

È il mare fermo di  Settembre.

L’acqua immobile di una baia con pescatore.

Il dorato del tramonto e il blu grigio dell’acqua

ammantano lo sguardo.

 

Tutto è calmo e riposato

Dentro, tempesta.

 

Durante una tempesta morì il giudice 
mentre scrutava gli abissi del mare.

La moglie eresse una statua in sua memoria,

una poesia scolpita.

 

Lui è senza testa e la scritta quasi svanita.

Calabria, terra di contraddizioni.

 

La bellezza della roccia non si può deturpare.

Alla fine, rimane solo polvere.

 

La calma di questo mare

ha divelto l’anima dalle radici.

 

     L’Inverno a Tropea tarda ad arrivare, si fa attendere, ti sorprende per la sua mitezza e, di recente, anche per la sua violenza. In Autunno i colori sono ancora caldi, si sono raffreddati appena; del mare, del cielo, della luce, dell’odore. Le brume foschie di Novembre diradano al sole, e tutto risplende ancora; alcuni giorni invece è umido e ventoso. Intanto, sono cadute le prime piogge e sono arrivati i primi freddi. Le cicale hanno smesso di cantare. È un “non più e non ancora”. L’Estate trasmigra nell’Autunno- Inverno. Siamo abituati all’immagine estiva di Tropea, da cartolina, con le spiagge affollate di bagnanti. E invece per una volta immaginiamo di visitarla in Autunno- Inverno. Come sarà? Diversa, certo. Prima di giudicare però, vi invito a farne esperienza. A volte, dipende da cosa si cerca in un viaggio, in una meta o in un soggiorno. O da come lo si guarda.

     Un temporale a mare in Inverno è uno spettacolo. Aprite la finestra e lasciate che la brezza di aria e acqua vi accarezzi il viso. Allontanarsi da questa visione non è facile. Ora siete soli, la vostra casa è un tutt’uno con la rupe rocciosa. La bellezza del mare d’Inverno lascia senza parole. È pace e tormento al contempo.

 

Rendiamo onore a Demetra,

dea dei raccolti, dell'abbondanza e della fertilità.

Rendiamo onore alla dea antica

che in estate gioisce perché, come narra il mito, ritrova la figlia perduta.

 

     Mentre la bella Persefone correva lieta sui prati, Ade[3] la vide dal carro infuocato e, strettala nell'abbraccio fatale, la condusse negli Inferi per farla Regina. La madre pianse la figlia perduta lacerandosi il petto e, per il mondo in cerca di lei, lasciò gli uomini a morire di fame. Quando i mortali, stremati, supplicarono Zeus di porre fine al tormento, il potente giudice e sovrano dei cieli così stabilì: Persefone avrebbe trascorso una parte dell’anno con Ade e una parte con la madre. Da allora Demetra piange quando la figlia non c'è, e gli uomini hanno l'Autunno e l'Inverno, gioisce quando ritorna, con la Primavera e l'Estate.

 

Ade, negli abissi della terra  - dove il fuoco è più caldo-

tiene per mano la sposa piangente, accanto alle ombre irreali.

 

     La madre, udito il grido, accorre immediatamente, ma della fanciulla non c’è traccia. Demetra non si arrende e, anziché tornare alla sua dimora celeste, resta sulla terra e inizia un viaggio alla ricerca della figlia. Demetra è la dea della terra coltivata, dei raccolti, del frumento. Nel suo viaggio non mangia e non beve, non si cura del vestirsi, tiene in mano due fiaccole. È una vecchia che riceve ospitalità e ricompensa coloro che l’hanno ospitata. Intanto l’assenza della dea porta sterilità e carestie sulla terra. Niente più raccolti, niente più abbondanza. Zeus comanda Ade di restituire la figlia alla madre, ma ciò non è più possibile: Persefone ha mangiato un chicco di melagrana, ha rotto il digiuno, è legata agli Inferi per sempre. Se Persefone non può più vivere, ella può però essere in vita e in morte, abitare la vita e la morte: trascorrerà parte dell’anno con la madre e parte con Ade.

 

     I Greci attribuivano a Demetra poteri misteriosi di crescita e resurrezione. Ad Eleusi sorgeva il santuario di Demetra e Persefone e annualmente si celebravano rituali tra i più enigmatici e affascinanti della vita religiosa greca antica. Per la celebrazione dei misteri, ogni anno tra Settembre e Ottobre, le città greche in guerra osservavano una tregua sacra di 55 giorni. Pare che Persefone fosse, assieme ad Afrodite, la dea più venerata nella colonia di Locri Epizefiri, che poi fondò Hipponion, la nostra Vibo Valentia ….

 

     Alla fine dell’ VIII sec. a. C. alcuni Greci delle Locride[4] lasciarono la madrepatria e giunsero sulla costa ionica della Calabria, dove fondarono Locri Epizefiri, destinata a diventare una delle città più importanti della Magna Grecia. Da Aristotele sappiamo che i fondatori di Locri Epizefiri erano servi fuggiti con le mogli dei loro padroni, impegnati in guerra contro i Messeni. La notizia è confermata da Polibio, secondo le testimonianze raccolte dai discendenti locresi. Questa circostanza troverebbe conferma nell’uso della matrilinearità: i discendenti dei fondatori, figli di servi e di donne dell’aristocrazia greca, portavano il nome della madre. Già nell'antichità Locri era ricordata per l'opera del legislatore Zaleuco (660 a.C.), redattore del primo codice europeo di leggi scritte. Verso la fine del VII a.C., i Locresi fondarono Hipponion (Vibo Valentia) e Medma (Rosarno) sul versante tirrenico della Calabria.

 

     Persefone sembra essere la divinità più importante sia a Locri che a Hipponion. Gli scavi archeologici effettuati a Vibo Valentia dimostrano l’esistenza del culto di Persefone a cui si aggiunge quello di Demetra. Tra gli oggetti della devozione religiosa troviamo le pinakes, tavolette di terracotta rinvenute sia a Locri Epizefiri che a Hipponion. Il soggetto di queste tavolette è ancora la storia di Persefone. Alla sposa di Ade gli abitanti di Hipponion edificarono un tempio i cui resti sono visibili nel Parco delle Rimembranze. Il tempio di Persefone a Locri fu definito da Diodoro Siculoil più illustre santuario d’Italia”.

     Strabone (Geografia, Libro VI, 1-5) racconta che Persefone si recava a Hipponion per la bellezza dei suoi fiori. In sua memoria le donne del paese raccoglievano fiori di prato e intrecciavano ghirlande in occasione delle feste. L’abbondanza dei fiori rendeva Vibo un autentico giardino. Anche Oreste venne a visitare il tempio di Persefone, su consiglio dell’Apollo delfico, e vi raccolse il fiore della salute. Ancora il tedesco J. H. Bartels, che visitò questi luoghi alla fine del Settecento, poteva ammirare davanti alla città interi prati fioriti dove le bambine giocavano intrecciando coroncine.

 

Marianna Adilardi

 


 

[1] Fichi d’india.

[2] Vento lieve, brezza marina.

[3] Con il termine Ade si intende sia il luogo fisico, il regno dei morti, che il sovrano di questo mondo, altrimenti detto “l’Innominabile”. Ade scelse Persefone e la rapì, facendola sua sposa e regina.   

[4] La Locride è una regione della Grecia centrale.

 

  • Img 1. Ercole Farnese
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