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Sibari. L'edonismo dei Sibariti

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     Sibari è la più antica delle colonie greche sulla costa ionica e tra le più ricche e potenti città della Magna Grecia: grazie ad una fitta rete di alleanze con i popoli indigeni, arrivò a costituire un vero e proprio impero[1] e fondò successivamente Poseidonia (Paestum), nota per i suoi splendidi templi, tuttora conservati, Laos (Marcellina) e Scidro (forse Belvedere Marittimo?) e, sulla costa ionica, Metaponto. Secondo lo storico Diodoro Siculo, la potenza della città era dovuta a una certa politica dell’immigrazione che aveva inglobato circa centomila immigrati, molti dei quali autoctoni di origine italica, per un territorio di circa cinque chilometri quadrati.

     Fondata attorno al 720 a. C. da Achei del Peloponneso, ossia Greci di stirpe dorica provenienti dall’Acaia, con la partecipazione di Trezeni dell’Argolide, la città sorse a sud del Golfo di Taranto, nella fertile vallata alla foce di due fiumi che furono chiamati Crathis e Sybaris (oggi Crati e Coscile), in memoria di un fiume e di una fonte della terra nativa. La pianura, una delle più fertili dell’Italia Meridionale, è lambita a nord dal Massiccio del Pollino e a sud all’Altipiano della Sila.

     I Sibariti erano conosciuti in tutto il mondo antico per la ricchezza, lo sfarzo, il lusso e la ricerca del piacere. Dopo due secoli di esistenza, nel 510 a.C., l’opulenta e magnifica Sibari viene spazzata via dalla storia: i Crotoniati, guidati dall’atleta Milone, olimpionico plurivittorioso, la distrussero completamente e, non contenti, deviarono pure le acque del Crati per sommergerne le macerie.

     I sopravvissuti si rifugiarono sul versante tirrenico e chiesero alla Grecia di inviare nuovi coloni per ricostruire la città. Pericle organizzò una spedizione a cui parteciparono personaggi illustri[2]. Alla nuova città fu dato il nome di Thurii[3], che in epoca romana fu inglobata parzialmente nella nuova colonia di Copiae. Ma nulla riporterà più in vita i fasti di Sibari.

     Nel ripercorrere l’edonismo dei Sibariti, seguiamo il delizioso libricino di Romualdo Cannonero Dell’antica città di Sibari e dei costumi de’ Sibariti, che racconta meraviglie, aneddoti e cita moltissime fonti antiche. Si trattava di un popolo effettivamente molto ricco, che di questa ricchezza faceva sfoggio. Non è un caso che avesse ottimi rapporti commerciali con Mileto, città greca in Asia Minore (attuale Turchia). Dai Milesi i Sibariti prendevano le morbide lane e la porpora, che successivamente lavoravano nei laboratori, creando tessuti di altissima qualità, acquistati da popoli come gli Etruschi. I Sibariti amavano ricoprirsi di tessuti di porpora e cinture tempestate di gemme; allo stesso modo vestivano i figli, i cui capelli venivano raccolti in retine d’oro. Cinquemila cavalieri sfilavano per le strade con corazze riccamente decorate. Le donne sibarite, per legge, dovevano essere invitate ai banchetti e alle feste con un anno di anticipo, così avevano il tempo necessario per preparare adeguatamente le vesti e gli ornamenti. Il Sibarita in mostra è detto di colui che incede insolente e vanitoso della sontuosità del vestire. Le fanciulle facevano uso delle «vesti pellucide; seriche vesti così meravigliosamente sottili e leggere che lasciavano tralucere le membra. Gli antichi le chiamavano vitree, tanto erano diafane, e i poeti davano loro la trasparenza dell’acqua limpida».

     Pare fosse proprio un sibarita il ricamatore più celebre dell’antichità, Alcistene, che realizzò una veste di porpora dell’ampiezza di cinquanta cubiti, tempestata di pietre preziose. Vi aveva ricamato figure di animali con forme che parevano vive. Nella parte superiore era rappresentata la città di Susa e nell’inferiore la Persia. Al centro le figure divine di Zeus, Hera, Apollo, Atena, Afrodite e Temi. L’effigie di Alcistene su una manica e quello della città di Sibari sull’altra. La veste fu donata al santuario di Hera Lacinia, tra i più splendidi e venerati in tutta la Magna Grecia. Dunque: oro e gemme per ornare la persona, morbide lane e fine porpora, ricamatori eccelsi, ma anche tintori di porpora esenti da tasse, fabbri e galli tenuti fuori dalla città per non turbare il sonno dei suoi abitanti.

     Le due principali fonti di ricchezza dei Sibariti erano la vite e l’ulivo. L’olio nell’antichità aveva un valore elevatissimo per i suoi molteplici impieghi: nei giochi o in guerra, nei sacrifici agli dei, in medicina e in cucina, era un prodotto prezioso, utilizzato anche per l’illuminazione notturna. I Sibariti perciò possedevano un tesoro che si rinnovava ogni anno. Altra inesauribile fonte di guadagno era il commercio del vino: la foglia di vite appare sulle monete di Sibari. I vini erano celebrati non meno degli oli: Strabone li chiama nobilissimi tra tutti i vini. Plinio narra che a Metaponto il tempio di Hera veniva sorretto da colonne di legno di vite, a testimonianza della potenza che la natura aveva in quei luoghi. Dall’agricoltura i Sibariti trassero perciò la loro prima e più grande ricchezza.

     Ancora oggi sibarìta è detto di una persona amante dei piaceri, e sibaritico di qualcosa esageratamente lussuoso, fastoso e raffinato. La città divenne, per antonomasia, sinonimo di ricchezza, raffinatezza, piacere. Famosa era la dolce vita di Sibari (tryphè).

     I Sibariti odiavano i lavori pesanti. Le città assoggettate dovevano inviare periodicamente un certo numero di operai per lavorare nei campi. Si racconta che un commerciante sibarita, recatosi a Sparta, cenando in modo frugale su panche di legno, disse che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere così miseramente.

     A Sibari i cuochi migliori venivano premiati e pagati profumatamente; erano considerati degli artisti e potevano “brevettare” i loro piatti. I banchetti erano sontuosi e le feste duravano a lungo.

     Alessi, poeta comico e scrittore di favole, pare sia stato l’iniziatore della favola sibaritica, una favola avente come protagonisti uomini anziché animali, in cui si attribuivano agli abitanti di Sibari fatterelli, risposte argute o motti.

     Gli scavi archeologici effettuati nella piana di Sibari hanno esplorato soltanto una piccola parte dell’antica città, riportando alla luce per lo più resti riconducibili alla città di Thurii e alla colonia romana di Copia.

"Chi, se potesse, non vorrebbe vivere tanto da vedere che cosa viene alla luce di Sibari?” (Norman Douglas)

     I maggiori centri della piana di Sibari sono attualmente Rossano e Corigliano Calabro. La potente Sibari oggi è una frazione di Cassano allo Ionio (CS) che ospita il Museo Archeologico della Sibaritide e possiede una spiaggia lunga e di sabbia fine, con bassi fondali, nei pressi della Riserva Naturale della foce del fiume Crati. Due anni fa il sito archeologico è stato sommerso dall’esondazione del Crati e i resti sono sprofondati di nuovo, tra fango e acqua.

Ma questa è un’altra storia …

Marianna Adilardi

 

[1] Al massimo della sua espansione, l’impero sibarita si estende a sud fino alla foce del fiume Traente, al confine con Crotone, e a nord fino alla piana del fiume Sinni; sul Tirreno invece fino a Temesa e Terina, formando così un vastissimo territorio.

[2] Il filosofo Protagora, lo storico Erodoto e l'architetto Ippodamo di Mileto, creatore del nuovo schema urbano, il cosiddetto impianto ippodameo.

[3] Probabilmente dal nome di una fonte che si trovava sul sito indicato dall’oracolo.

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