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Capo Colonna ovvero il santuario di Hera Lacinia

Pubblicato in Cultura

     In un giardino delle delizie dove tutto cresce spontaneo e animali sacri di ogni specie pascolano liberamente, in mezzo a piante rigogliose e fiori dai colori abbaglianti, sorge un maestoso tempio dedicato alla regina del cielo: Hera Lacinia, signora di Zeus, colei che “scioglie i vincoli e libera”.


      Viaggiatori ed eroi giungono al tempio per lasciare un dono alla dea. Enea alza al cielo la coppa di bronzo con il suo nome. Alcistene le porge un manto intessuto d’oro con divinità. La poetessa Nosside di Locri racconta che la giovane Teòfili le offrì una veste di bisso, lino finissimo. Pitagora consigliava di offrire alla dea le vesti più belle. Da queste parti un giorno giunse da Atene il pittore Zeusi, che volle dipingere nel santuario le storie di Elena. Menelao restò attonito quando vide sul promontorio Lacinio le donne a lutto celebrare un culto eroico e piangere in ricordo di Achille.


      Le offerte alla dea coprono un arco di tempo di tre secoli, dalla metà dell' VIII fino alla metà del V secolo a.C. I manufatti provenivano dalla Grecia, dall'Asia Minore, dal Vicino Oriente e da varie zone della penisola italiana, compresa la Sardegna.


      Capo Lacinio ovvero Capo Colonna è geograficamente la punta più orientale della Calabria. Gli antichi lo chiamavano Capo Lacinio dal magnifico tempio di Hera Lacinia, uno dei santuari più importanti e conosciuti della Magna Grecia. Del tempio di Hera Lacinia oggi rimane soltanto una imponente e maestosa colonna dorica, da cui l’attuale nome, Capo Colonna. L’unica e ultima colonna greca in Calabria.


      Le antiche fonti ci raccontano che il santuario rappresentava un punto di riferimento per i naviganti e per coloro che fuggivano dalle situazioni più disparate: un luogo di asilo al pari degli altri santuari di Hera, a Samo e ad Argo.


      Hera è la signora dell’Olimpo, figlia di Crono e di Rea, sorella e terza moglie di Zeus. Dea dell’amore coniugale, è la protettrice delle spose e dei navigatori. Presiede al parto assieme alla figlia Ilizia e sovraintende ai riti di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Nel santuario di Capo Colonna, Hera è anche signora della natura e protettrice degli animali. Abitava il giardino delle Esperidi sul monte Atlante, situato a Occidente, dove custodiva le mele d’oro, regalo di nozze della Terra.


      Le tavolette in terracotta rinvenute nel sito archeologico raffigurano la dea con le mani sui seni; le feste annuali in suo onore richiamavano sul promontorio viaggiatori provenienti dalle varie città della Magna Grecia. Hera è conosciuta soprattutto per le vendette inesorabili che attua quando Zeus si innamora di una mortale o giace con altre divinità: ella perseguita non solo l’oggetto del desiderio del consorte, ma anche i figli nati da queste unioni. Uno per tutti: Eracle, “la gloria di Hera”, che visse patimenti e prove di ogni sorta prima di riconciliarsi solennemente con la dea sull’Olimpo. Quando Paride scelse Afrodite quale dea più bella, Hera concepì un odio profondo per i troiani e divenne la principale persecutrice di Enea.


      La tradizione racconta che Hera aveva avuto in dono il territorio di Capo Lacinio da Teti, la Nereide, divinità marina e immortale, sposa di Peleo e madre di Achille, eroe bellissimo e immortale della guerra di Troia.

     Il santuario di Capo Colonna è legato alla storia del giovane Crotone, che accoglie e ospita Eracle di ritorno dalla fatica dei buoi di Gerione. Lacinio – un re del paese o per altri un brigante – tenta di rubargli i buoi ed Eracle, naturalmente, lo uccide. Durante il combattimento uccide accidentalmente anche Crotone, l’amico che lo aveva accolto e ospitato. Eracle, che è un signore- eroe, per espiare il delitto erige una grande tomba in memoria dell’amico, fonda un tempio in onore di Hera, il tempio di Hera Lacinia, e predice che un giorno, in quei luoghi, sorgerà una grande città: Crotone.


      Fin dal ‘500 sembra attestata la presenza di due o tre isolotti non lontani dalla costa, tra cui l’isola di Ogigia, abitata da Calipso, che trattenne per lungo tempo Ulisse prima di lasciarlo ripartire.


      Lo storico Tito Livio narra che la cenere dell'altare non si sollevava né si disperdeva, nonostante i forti venti, e che se una persona scriveva il proprio nome con il ferro su una tegola del tempio, questo scompariva alla morte dello stesso.


      La costruzione più importante del santuario è il grande tempio dorico, edificato con il calcare, la calcarenite locali e il marmo greco e delle Isole Egee. L'accesso al tempio, secondo l'uso tradizionale greco, era posto a Oriente. Fino al XVI secolo il tempio si conservò quasi integro, poi cominciarono i primi saccheggi. Il tesoro di Hera doveva essere straordinario. Ciò che ne rimane si trova al museo archeologico di Crotone.


      Le tegole della copertura – lavorate a mano singolarmente, una per una – nel II secolo a.C. furono prelevate da un censore romano, che più tardi però dovette restituirle; le tegole non poterono tornare al posto di origine, tanto era complesso il sistema tecnico utilizzato dai Greci, che i Romani non compresero. Il censore perse due dei suoi figli durante il servizio militare e, per la disperazione, si impiccò.


      Non siamo certi della posizione dell'altare; nei templi greci si trovava sempre all'esterno. I naviganti potevano ammirare il prospetto del tempio e la grande piattaforma protesa verso il mare che formava una scalinata di dieci livelli.

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      Nella strada verso il santuario di Hera la quiete del paesaggio è irreale. Poche case sparse e pale eoliche. Siamo gli unici pellegrini al tempio della dea. Senza nubi, col sole nel cielo, tutto brilla di Novembre. L’azzurro del mare increspato dal vento, l’aria limpida e pura come di sorgente. Il verde- giallo- bianco del paesaggio risuona di storie antiche, di passi, di cammini. Tutto ha un che di abbandonato e selvaggio. Siamo attoniti per l’incompiuto. Inizio senza fine.

     Tentativi pentiti di modificare il paesaggio. Strutture scarne, accenni di architettura e di edilizia. Di noncuranza e indifferenza. Di oblio. Dentro nessuno ci aspetta. Percorriamo il sentiero transennato verso la colonna. La strada è circondata da prati fioriti e alberi di ulivo, ma l’accesso alla colonna è sbarrato. Siamo qui per il tempio della dea. Deve esserci un’altra strada per compiere il senso del nostro viaggio. Proviamo a raggiungerlo via mare, dalla scogliera.

      La dea è incatenata nel santuario. Brandelli di mura e calcinacci. Mura e pezzi di vetro per separare dal mondo il tempio dimenticato. Eppure, noi siamo qui per pregare, offrire libagioni, preparare il sacrificio nel tempio del Cavaliere di Gerusalemme. Troviamo una fontana dove celebrare il rito. La sacerdotessa- dea incontra il dio- uccello e la ierogamia è iniziata.

      C’era una epigrafe sulla facciata della villa. Un tempio abbandonato e in disfacimento. Il giardino, un tempo bellissimo, ora è spinosa sterpaglia. Brandelli di mura sulle scalinate. Dimora divelta, macerie al suolo.

     Noi vogliamo riedificare il tempio. Pietra su pietra, dalle fondamenta. Riportare l’acqua nelle fontane. La fede nei cuori. Riscoprire il senso. Dare un significato al male.

In viaggio alla ricerca delle fonti di Lete e Mnemosine, per ritrovare il cammino perduto.


Marianna Adilardi

 

Foto di Annamaria Pugliese e Marianna Adilardi

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